27 aprile 2017

Curve alfabetiche

Prefazione di Mario Sechi
Professore Ordinario di Lettera moderna e contemporanea presso l’Università di Bari

Come tutti i poeti moderni, a partire dall’amato Baudelaire, Cheikh Tidiane è un poeta in viaggio.
L’origine del suo viaggio è certa, è chiara, è nell’Africa vitale ed esplosiva degli anni Sessanta, al passaggio della decolonizzazione, e si può immaginare condensata nella sillabazione di un linguaggio materno non scritto, nel possesso di un codice culturale ricco e denso di significati, a noi europei ancor oggi in parte ignoto. Ma tale eredità materna gli si è proposta per così dire già interpretata nella rivendicazione di un’identità nuova e moderna, nel mito della négritude e nel carisma intellettuale e poetico di Léopold Sedar Senghor, con l’accesso alla pratica di una grande lingua di cultura come il francese, capace di includere e di stratificare l’esperienza, di accogliere dentro di sé modulazioni e funzioni espressive diverse.
Per quanto Fanon o Sartre, o Barthes, abbiano denunciato con buone ragioni gli effetti di inevitabile alienazione, prodotti dall’assimilazione delle élites africane ex-coloniali nell’istituzione linguistico-letteraria della Francia e dell’Europa borghese progressista, nessuno può negare la funzione di tramite, dall’oralità alla scrittura, dalla comunità indigena all’universo della comunicazione planetaria, che la lingua francese ha svolto in quell’epoca e che ancora svolge. Cheikh Tidiane, come decine di scrittori della sua e della precedente generazione, è approdato alla banchina di quel continente, si è misurato – senza troppa timidezza – con alcuni autori di quella storia, ha provato a dare forma e senso al suo viaggio. Ogni alienazione linguistica o culturale è un fenomeno a due facce: le strutture sintattiche, il lessico, i codici comunicativi della lingua di arrivo esercitano una costrizione, riplasmano il vissuto e l’immaginario, e però allo stesso tempo risentono e manifestano la pressione interna di quello stesso vissuto e di quello stesso immaginario, ne vengono deformati, riempiti, segnati. La scelta del bilinguismo, oralità e scrittura, è una scelta consapevolmente esercitata, misurata, calibrata. Si tratta, specialmente nei più avvertiti, di un lavoro di auto-traduzione, di commutazione di vettori di senso, che da un lato sembrano distanziare e forse depotenziare l’esperienza originaria, dall’altro la ripropongono e la impongono fuori dei suoi ambiti ristretti.
Ma nel caso di Cheikh c’è un passaggio in più, ed è un passaggio assai significativo, e che pone interrogativi nuovi. Mi riferisco alla scelta di transitare, a un certo punto della sua carriera di poeta, con queste Curve alfabetiche, dal francese all’italiano. Il suo viaggio comporta nuovi spostamenti, con il superamento di un’altra frontiera linguistica e culturale. Ne risulta un effetto di mescolanza, e di ulteriore arricchimento. La sua poesia diventa così un prisma, le cui facce si rivolgono a un pubblico eterogeneo, di identità imprecisa o imperfetta. Lo si vede qui nel trattamento del tema della parola, tema centrale in tutta una fase della poesia post-simbolista, e poi in particolare della poesia ermetica in Italia. Ebbene, tale tema assume nei componimenti di Cheikh una originalità e una freschezza assolutamente nuove.
Ai lettori il compito di seguire su questa linea il fascino di un’affabulazione poetica ricca di echi e di risonanze sorprendenti, cariche di grande energia, misteriose e struggenti.

Mario Sechi

 

Ho curato la mia ferita nel ventre del flauto
non mordo il suono del vento
colgo l’aria per dissodare le bocche orfane di melodie
e seppellire le doglie delle notti tristi.

Editore: Montedit edizione

Melegnano

Isbn:ISBN 978-88-6587-0808

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