21 novembre 2017

Il giuramento

Un giorno nuovo sull’Africa

“E se l’Africa rifiutasse lo sviluppo” tale era il titolo, provocatore e iconoclastico, di un libro scritto dalla romanziera camerunese Axelle Cabou che fece molto scalpore. Come se, in effetti, l’Africa, si compiacesse in questa situazione di continente marginalizzato, sottosviluppato, povero, prostrato da ogni flagello come l’Aids, la terribile febbre Ebola, le guerre tribali ed etniche, il genocidio, la sovrappopolazione, le mutilazioni genitali inflitte alle donne, l’analfabetismo, la fame ecc… senza parlare, poi, dell’inestinguibile fardello del debito pubblico sotto il quale si accasciano i popoli africani. Un debito che, malgrado i benefici delle nostre favolose ricchezze concretizzate dalle esportazioni, non si riesce a riassorbire, anzi aumenta.
È un po’ come se tutte le calamità naturali, le maledizioni, le sordità delle altre nazioni si fossero coalizzate provocando una sorta di apocalisse devastante per l’Africa, impedendole di emergere in qualità di blocco prospero, democratico e civilizzato.
La terribile tragedia rappresentata dallo schiavismo, che ha privato questo bel continente di milioni di valide forze imbarcate sulle navi al largo di Gorée, in Senegal, verso le piantagioni del Nuovo Mondo, Antille e Carabi, la colonizzazione brutale che ha destrutturato le società africane, frenato la loro evoluzione, balcanizzato il continente — in occasione della conferenza di Berlino del 1884-1885 — saccheggiato le sue favolose risorse minerali, il gigantesco lavaggio dei cervelli hanno lasciato l’Africa, dopo tutte queste tragedie a consumarsi lì, a poco a poco.
La ritroviamo sfruttata dalle multinazionali, costretta ad utilizzare, più di 40 anni dopo la concessione delle indipendenze, le lingue del colonizzatore e sottomessa al giogo implacabile delle istituzioni di Bretton-Woods.
E soprattutto, il continente è, a tutt’oggi, sempre spezzettato in micro-Stati che non sono affidabili economicamente e sui quali regnano gelosamente dei “tiranni di villaggio” feroci e sanguinari che mantengono i loro popoli nell’oscurantismo, sotto implacabili vessazioni. Quindi malgrado le indipendenze di nome (ma non di fatto), l’Africa ha continuato a vivere dentro una lunga notte nera marchiata dall’onnipotenza del partito unico guidata da un presidente-fondatore-padre-padrone della Nazione considerato come un Dio con diritto di vita o di morte sui cittadini (sarebbe meglio dire “soggetti”).
Per fortuna, dall’inizio degli anni ’90, a partire dal famoso discorso de La Baule del defunto presidente francese François Mitterand e soprattutto dalla caduta del Muro di Berlino, nel 1989, un giorno nuovo s’è affacciato sul vecchio continente segnato dalla lotta dei popoli per la democrazia, e contro le tirannie. E ovunque, oggi, da Casablanca al Capo, da Dakar a Nairobi, i popoli si battono in condizioni difficili per porre fine ai mali che li opprimono e per aver diritto al pane, a un lavoro e alla libertà. Malgrado tutto, questi sforzi sono ancora ostacolati dall’oscuro dispotismo della maggior parte dei politici. Vi sono tuttavia ragioni di speranza visto che la stragrande maggioranza della popolazione del continente è costituita da giovani che aspirano a cambiare in positivo l’Africa e la vogliono innalzare allo stesso livello di prosperità e di libertà degli altri continenti. Alcuni intellettuali occidentali hanno comparato l’Africa a un vagone che si stacca dal convoglio della mondializzazione: la sfida che si pone davanti ai giovani del nostro continente è proprio quella di ricongiungerlo il vagone al convoglio!
Il merito del libro di Cheikh T. Gaye è di puntare il dito su i mali che impediscono lo sviluppo dell’Africa.
Tutti i problemi, ovvero la poligamia, lo sfruttamento nei confronti delle donne, lo sperpero nelle cerimonie familiari, le tangenti, le stregonerie, il malgoverno, le piaghe purulenti che divorano insidiosamente il continente sono state passate al setaccio ne “Il Giuramento”.
Questo nostro giovane scrittore costretto a imboccare la dolorosa strada dell’esilio ha tratto comunque profitto da questo allontanamento geografico dalla sua terra sviluppando l’acuità della sua visione.
Egli evoca anche in questo libro i misteri dell’Africa eterna, la forza delle tradizioni, l’importanza delle benedizioni parentali di tutti i giovani, la relazione tra il comportamento della madre nel focolare e l’avvenire del proprio figlio, l’importanza degli stregoni — o dei ciarlatani! — nella vita di ogni giorno ecc…
L’Africa è dunque condannata a vedere tutti suoi figli andar via nel fiore dell’età, proprio quando sono in pieno possesso delle loro capacità fisiche e intellettuali, per imboccare il sentiero dell’esilio provvisorio o definitivo? Perché oggi, per quasi tutti i giovani africani, l’Europa è la terra promessa e l’America, un nuovo Eldorado? Essi sono pronti a prendersi tutti i rischi, compreso quello di perdere la vita — come si è visto nella tragica sventura di due giovani adolescenti guineani che si erano aggrappati al carrello di un aereo — per raggiungere l’Europa e l’America.
Di fronte a un Nord opulento, prospero, sviluppato, satollo, che cosa rimane in effetti ai popoli del terzo mondo se non precipitarvisi per raccogliere qualche briciola di questa opulenza? Da questo punto di vista, l’Europa e l’America anche se faranno di tutto per barricarsi, chiudere le frontiere, moltiplicare i controlli, non potranno mai impedire a orde di poveracci di sbarcare sulle loro coste a bordo d’ imbarcazioni di
fortuna o di attraversare montagne scoscese per penetrare all’interno del loro spazio.
Qualunque sia la prosperità trovata in Europa o in America i giovani emigrati africani saranno sempre considerati come stranieri, addirittura cittadini di serie B, anche per quei fortunati che riusciranno a naturalizzarsi.
Ecco perché, ovunque si trovino, dovranno un giorno prendere in considerazione il fatto di ritornare nella madre patria, e nel frattempo, contribuire con i loro sacrifici economici a mantenere una parvenza di vita per le famiglie rimaste in patria.
Cheikh T. Gaye ha dunque il merito di aver puntato il dito su tutti questi problemi. Speriamo questo possa servirgli a trovare delle soluzioni per i mali della nostra cara Africa.

Dakar, 3 dicembre 2001

Mamadou Oumar Ndiaye
direttore della pubblicazione del giornale “Le Témoin”
e direttore dell’emittente radiofonica “Témoin Fm”

Liberodiscrivere
ISBN 88-7388-097-5
PAGINE 76

Commenti

  1. 7 novembre 2012 Ne parlavo con amici l’altro giorno. Non è un caso che quando in Africa hanno iniziato a parlare di Unione Africana (unione dei Paesi francofoni) e a fare progetti precisi … qualcuno … ha iniziato a fomentare rivolte in tutti gli Stati del Nord Africa mentre – pateticamente – i media parlavano di “primavera africana”.
    Ma visto che Dio sa tutto, i colpevoli statunitensi saranno duramente puniti (l’uragano Sandy è stato soltanto un gentile avviso)

Lascia il tuo commento

*